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Legalità  e trasparenza nella gestione della “cosa pubblica” versus cultura della delazione

di Nicoletta Parisi

Professore ordinario di diritto internazionale, Universita’ di Catania – Giornalista Membro di Transparency International Italia.

Con una certa sorpresa e curiosità’ mi sono accinta alla lettura dell’editoriale di Claudio Schirinzi, pubblicato il 19 giugno scorso dal Corriere della Sera, intitolato “Delatori per legge”.

Ma, cio’ facendo ero ancora abbastanza serena: non estranea alle dinamiche di un giornale, mi sono detta che purtroppo talvolta si verifica uno “scollamento” fra i contenuti di un articolo e la sua intitolazione, fatta in redazione, non sempre dunque da chi scrive il “pezzo”. E ancora, da lettrice antica di questo giornale mi sono anche detta: non e’ possibile che venga qui accolto un approccio al tema del whistleblowing come quello che immediatamente e senza equivoci risulta da quel titolo.

Mi sbagliavo, purtroppo.

Quali i fatti.

Il 17 giugno scorso il Consiglio comunale di Milano ha approvato una mozione per far inserire entro il Piano anti-corruzione (del quale deve dotarsi ogni ente pubblico ai sensi della legge n. 190 sul contrasto alla corruzione e ad altri fatti di illegalità’ nella pubblica amministrazione, adottata il 6 dicembre 2012) una procedura di tutela del dipendente che segnali condotte di illegalità’.

L’iniziativa e’ stata rappresentata ai lettori del quotidiano in modo che considero grave sia sul piano giuridico che su quello più’ latamente culturale. E ciò’ dico avendo limpidamente presente che il dottor Schirinzi gode della libertà’ di espressione garantita per Costituzione (art. 21), libertà’ che va di pari passo con il bellissimo compito che professionalmente si  e’ assunto: quello di informare  i propri lettori.

Quanto al primo piano del discorso, l’ordinamento italiano si e’ dato una disciplina nazionale in tema di contrasto alla corruzione, appunto la richiamata legge n. 190/2012 . Il provvedimento, discutibile in taluni suoi contenuti, e’ tuttavia assai importante per aver affrontato la questione anche dalla prospettiva della prevenzione (e non soltanto della repressione penale) di talune condotte di disvalore, approntando procedure che, se correttamente applicate, dovrebbero  contribuire a dare maggiore trasparenza all’organizzazione e all’attività  della pubblica amministrazione nazionale. In questo contesto si situa la norma che obbliga le autorità’ pubbliche alla tutela del pubblico dipendente che segnali illeciti (art. 1, punto 51).

E’ dunque il Parlamento nazionale che ha avvertito l’esigenza di approntare uno statuto di protezione a vantaggio di colui che “soffia nel fischietto”, valutando virtuoso chi contribuisce al titanico sforzo di diminuire il tasso di illegalità’ che percorre la pubblica amministrazione italiana. Non sono io, ne’ Transparency International, organizzazione internazionale non governativa alla quale appartengo, ad affermare l’imponenza e la pervasività’ nella società’ italiana di pratiche di corruzione e di condotte illegali contigue ad essa. E’, tra gli altri, il Presidente della Corte dei Conti, Dottor Giampaolino, che ce lo ricorda in termini anche drammatici quando, nella propria Relazione del 5 febbraio all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013, afferma che “la corruzione e’ divenuta da fenomeno burocratico/pulviscolare, fenomeno politico-amministrativo-sistemico” (punto 6).

D’altra parte, sempre il Parlamento italiano ha dato seguito alla volontà’ del nostro Governo di partecipare al processo di elaborazione di norme internazionali di contrasto alla corruzione. Infatti con legge (n. 116/2009 e n. 112/2012) il nostro Parlamento ha autorizzato la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione transnazionale e della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla contrasto alla corruzione sul piano civile, firmate rispettivamente l’11 dicembre 2003  e il 4 novembre 1999. La nostra Costituzione impone che, a seguito della ratifica, le disposizioni  internazionali volontariamente assunte dal nostro ordinamento vincolino le autorità’ nazionali anche sul piano legislativo, cosi’ che ci si deve adattare ad esse (art. 117) per darvi piena efficacia. Di conseguenza le autorità’ italiane hanno ricevuto la non eludibile indicazione di dare adempimento anche agli articoli (rispettivamente 33 e 9) dei due trattati, nella parte in cui prevedono uno statuto di protezione di colui che, in buona fede e sulla base di una convinzione ragionevolmente formata, denunci fatti e condotte di illegalità’ legati all’attività’ dell’ente di appartenenza.

Le due disposizioni vanno incontro, tra l’altro, all’esigenza di affermare nei fatti i valori di trasparenza e di correttezza nell’adempimento della pubblica funzione accolti dalla nostra Costituzione repubblicana la’ dove essa afferma che “i pubblici uffici sono organizzati (…) in modo che siano assicurati il buon andamento e le responsabilità’ proprie dei funzionari” (art.  97).

Conclusivamente: cosa dovremmo pensare quando si affronta questo argomento – rivolgendosi non al salotto di casa ma al grande pubblico, carichi di una responsabilità’ pesante quale e’ quella che detiene la stampa – situandosi, già’ a partire dal titolo,j nella prospettiva di quel comportamento cosi’ deteriore quale e’ la delazione? Probabilmente si dovrebbe pensare nello stesso modo in cui ragiona l’autorevole organo internazionale (il GRECO), al quale l’Italia da’ il proprio importante contributo, nella Relazione adottata per il secondo semestre 2007 sullo stato del contrasto alla corruzione in Italia: li’ si sottolineano le difficoltà’ di far penetrare nell’ordinamento italiano l’istituto del whistleblowing, perché dal punto di vista culturale esso e’ assimilato – appunto!- alla delazione (p. 47).

Insomma, con questo approccio ci si situa nello stesso solco di pensiero di tanti di noi che per esempio, nell’assolvere alla propria funzione educativa di genitore, gioiamo per un voto eccellente guadagnato dal figlio copiando il compito del compagno.

Cosi’, fin da piccoli, mettiamo le basi per  crescere futuri cittadini non consapevoli ne’ responsabili del bene pubblico.

Il Dottor Schirinzi avrebbe dovuto informare tutti noi che conviene considerare assai obsoleta la Costituzione, poiché ci costringe all’osservanza  di regole evidentemente superate. E avrebbe anche dovuto informarci che l’Italia d’ora in poi non deve più’ assumere certi  obblighi internazionali perché, ciò’ facendo, ci costringe a una vita dura: quella che tocca a chi vuole rifiutare  la cultura dell’omertà.

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