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Gentile Claudio Schirinzi,

abbiamo letto con stupore e rammarico il suo articolo pubblicato oggi sul Corriere della Sera – Milano in merito all’approvazione della cosiddetta “mozione whistleblowing” in Consiglio comunale.

La nostra organizzazione promuove questo strumento da diversi anni, con la pubblicazione di ricerche e materiale informativo, l’organizzazione di convegni e incontri pubblici, la sollecitazione di norme e regolamenti ad hoc, profondendo gran parte di questi sforzi (evidentemente poco incisivi) proprio nel tentativo di comunicare la differenza – sostanziale e abissale – tra whistleblower, o come ci piace chiamarlo sentinella civica, e delatore.

Accostare, come ha fatto lei nel suo articolo odierno, chi decide di segnalare (non denunciare) un comportamento contrario all’interesse pubblico (non per forza un reato) ad un informatore della Stasi, ci pare alquanto superficiale e nocivo per la “salute pubblica”.

Tanto più che stiamo discutendo di uno strumento di controllo già molto diffuso e utilizzato da decenni non solo dai paesi nordici, come da lei giustamente riportato, ma da tutte le più importanti imprese nel mondo, con lo scopo di prevenire frodi e reati di corruzione.  Non riusciamo quindi a capire perché uno strumento che è risultato efficace nel settore privato non possa essere trasferito nelle pubbliche amministrazioni di in un paese in cui proprio lo spreco di risorse pubbliche è alla fonte della situazione economica e sociale disastrosa in cui ci troviamo,

Tanto più, ci terrei a sottolineare, che è anche previsto dalla nuova normativa anti-corruzione, criticata da alcuni perché troppo blanda!

Per capire perché ci siamo tanto spesi per la promozione del whistleblowing le cito qualche esempio che può forse farne meglio comprendere l’impatto e l’efficacia.

Il caso più famoso è probabilmente quello di Paul Van Buitenen: ex contabile della Commissione Europea. Nel 1998 denunciò irregolarità e frodi commessi all’interno della  Commissione subendo atti di ritorsione (sospensione, dimezzamento del salario). La sua segnalazione, come noto, portò alle dimissioni del Commissario Jacques Santer e della sua intera Commissione.

Un altro caso che suscitò particolari attenzioni è quello del whislteblower del tabacco Jeffrey Wigand, licenziato dalla sua posizione di vicepresidente della Brown and Williamson, dopo aver segnalato che l’azienda manipolava i livelli di nicotina per far aumentare la dipendenza da tabacco. Grazie a quella che lei chiama “soffiata” il governo degli USA, quindi i suoi cittadini, furono rimborsati dalle grandi multinazionali del tabacco per oltre 206 miliardi di dollari.

Ci sono poi quei casi in cui la segnalazione non arrivò a destinazione o non venne presa nella dovuta considerazione. In Inghilterra, quando si parla di whistleblowing tutti tornano con la memoria al tragico affondamento della Herald of Free Enterprise: il traghetto che nel 1987, durante un viaggio nel Mare del Nord, si inabissò causando la morte di 193 persone. Alcuni membri dell’equipaggio nel corso degli anni avevano segnalato le scarse procedure di controlli sulla sicurezza del mezzo durante la navigazione, ma il loro messaggio non aveva mai trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo.  Fu questo caso in particolare ad accelerare l’iter della legislazione, ritenuta una delle migliori nel mondo, sulla protezione dei whistleblower nel Regno Unito (che non ci pare essere molto simile alla DDR a dire il vero).

Si potrebbe continuare con numerosissimi altri esempi, ma ci pare di aver sufficientemente spiegato con questi casi reali perché intendiamo tutelare e promuovere le segnalazioni nell’interesse pubblico e in buona fede, come richiesto dalla mozione proposta da David Gentili e approvata lunedì dal Consiglio del Comune di Milano.

Come spesso accade, non sono gli strumenti ad essere buoni o cattivi, ma l’uso che se ne fa. Così ad esempio il Ministero della Giustizia austriaco ha deciso di aprire un portale apposito per le segnalazioni di corruzione, aperto a tutti i cittadini anche in forma anonima. Forse in Austria si dà maggior valore ai danni che la corruzione può causare all’economia e allo sviluppo del Paese.

Negli USA, dove la segnalazione viene addirittura premiata con un lauto compenso  economico dal dipartimento delle finanze, è stato per assurdo proprio un whistleblower a smascherare il sistema di raccolta dei dati personali attuato in segreto dalla National Security Agency. Con un’iperbole e prendendo spunto dal suo articolo, potremmo parlare di un delatore che affossa il tentativo di creare una nuova Stasi.

Insomma, non capiamo perché il nostro paese debba sempre vivere al confine, se non oltre i confini, dei paesi culturalmente e socialmente più avanzati: se ogni innovazione fa paura, se il controllo civico della  “cosa pubblica” continua a spaventare, se i principi di responsabilità, di partecipazione, di  legalità rimangono relegati in fondo alla lista dei valori condivisi, allora è meglio non perdere tempo nel tentativo di far qualcosa per questo paese. Tanto vale aspettare che il barcone affondi del tutto, magari sedendosi ben comodi su uno scoglio pensando “non è certo stata colpa mia”.

Davide Del Monte

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3 thoughts on “Lettera al Corriere della Sera

  1. Pingback: Whistleblowing: dal M5S la prima proposta di legge italiana | Poli@rchia

  2. Molto chiaro e ben scritto, complimenti. Continuate così nella vostra battaglia anti-corruzione. In questo articolo ho trovato ottimi esempi che non conoscevo (il tema del whistleblowe è nuovo per me). Cari saluti, Flaviano.

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