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A prescindere dalle considerazioni relative all’ingerenza politica nel mondo delle banche, che comunque rappresenta un’anomalia rilevante all’interno del macro-sistema bancario italiano, lo scandalo relativo alla banca Monte dei Paschi di Siena ripropone una volta di più il problema relativo ai controlli e all’identificazione tempestiva di reati o irregolarità commessi all’interno delle organizzazioni.

Una delle più importanti aziende italiane si è infatti di nuovo dimostrata totalmente inadeguata nell’accogliere e dare il giusto peso a segnalazioni di iregolarità pervenute da parte di propri dipendenti. In particolare il settore bancario si conferma assolutamente recidivo nei confronti del valore positivo del whistleblowing; infatti, come già avvenuto in occasione delle numerose condotte criminali perpetrate all’interno del Banco Desio, i cui presunti responsabili sono oggi oggetto di numerosi procedimenti giudiziari, anche per quanto riguarda Monte dei Paschi un dipendente nel corso degli anni ha segnalato ripetutamente diverse magagne.

Si tratta di un ex dirigente, direttore per alcuni anni di una filiale estera del gruppo, che in questi giorni sta descrivendo nei dettagli il cosiddetto piano Alexandria ai magistrati responsabili del caso. Oltre a fornire preziose indicazioni sulla gestione dei derivati da parte della banca, l’ex dirigente (peraltro licenziato senza apparenti motivi) ha fornito prova di tutte le segnalazioni di irregolarità inviate ai vari livelli della banca. Nella lista dei destinatari delle segnalazioni appaiono il direttore generale, l’internal audit, il capo dei crediti, il risk management, tutti i responsabili delle aree estere. Risultato? Nessun tipo di risposta e rimpatriato senza motivazioni, anzi, con un preavviso così scarso da far interessare la Financial Services Authority; la FSA inviò una richiesta di motivazione per tale rimozione: anche questa lettera non ottenne risposta.

Questo episodio conferma ancora una volta come sia del tutto infondata l’ipotesi che frodi di tale rilevanza possano passare inosservate per anni, fino quando non cadono sotto l’occhio della magistratura. Al contrario, sono spesso ravvisate da dipendenti onesti e non collusi, che cercano di segnalare le irregolarità di cui sono a conoscenza rimanendo però inascoltati.

Due sono le problematiche da risolvere:

·         L’inesistenza di canali interni per le segnalazioni e di organi della società, terzi e indipendenti, che possano verificare la correttezza delle stesse segnalazioni e quindi agire tempestivamente;

·         La lacunosità delle procedure per le segnalazioni “esterne” istituite dal regolatori di settore, in questo caso la Banca d’Italia.

Per quanto riguarda il primo punto, la mancata istituzione o designazione di un organo interno deputato a raccogliere e vagliare le segnalazioni costituisce una scelta scellerata e controproducente, non permettendo agli stessi istituti bancari di avere conoscenza tempestiva delle irregolarità che accadono. Se in alcuni casi, in cui la quasi intera classe dirigenziale delle banche sembra essere collusa con le attività fraudolente, è evidente il totale disinteresse per tali procedure, la scelta della maggior parte degli istituti sani di non prevedere procedure per le segnalazioni appare invece inspiegabile.

È proprio per questo motivo che Banca d’Italia dovrebbe intervenire e istituire dei canali esterni di controllo per assistere eventuali whistleblower dipendenti di istituzioni bancarie.

Il caso di ABI (Associazione Banche Italiane) è singolare, in quanto Transparency International Italia è stata chiamata a presentare e descrivere le procedure di whistleblowing all’annuale convegno “Compliance in Banks”: si è quindi dimostrato un interesse alla problematica. Tuttavia le contraddizioni  emergono in maniera netta nel momento in cui il Presidente della stessa associazione –  che pure non ha poteri regolamentari ma eventualmente solo di indirizzo –  era (fino a pochi giorni fa) lo stesso Giuseppe Mussari, ex presidente di Montepaschi e uno dei principali responsabili del buco bancario che si stima in oltre 700 milioni di euro.

Banca d’Italia ha iniziato a interessarsi alla tematica solo nell’ultimo anno. A inizio settembre ha pubblicato un documento di consultazione, Disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche. Sistema dei controlli interni, sistema informativo e continuità operativa, sulla possibilità di adottare sistemi di allerta all’interno delle banche. Nei successivi sessanta giorni è stata data possibilità di presentare commenti e modifiche al documento, a cui purtroppo non è ancora stata data un’attuazione.

Nell’attesa che i regolatori di settore introducano sistemi vincolanti per gli istituti bancari, si auspica che siano gli istituti stessi a regolamentare in maniera autonoma  quei dispositivi in grado di portare beneficio, nel loro stesso interesse, e che possono essere utili a fare emergere irregolarità in maniera tempestiva. Ovvio che fino a quando interi settori dirigenti saranno compromessi e collusi in attività sospette, non sarà ragionevole aspettarsi dalle banche di appartenenza iniziative indirizzate a tali finalità.

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One thought on “Il caso MPS: whislteblowing mancato

  1. Pingback: Convegno ABI | alternativa al silenzio

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