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Il 26 settembre del 2011 Simone Farina, allora giocatore di calcio del Gubbio, club di Prima Divisione, venne approcciato da Alessandro Zamperini, un ex compagno di squadra, che gli propose di combinare insieme ad alcuni compagni di squadra il risultato di una partita; il compenso da suddividere con altri tre compagni di squadra sarebbe stato di 50.000 euro a testa,  più o meno equivalente al salario annuale di Farina stesso. Farina rifiutò di prendere parte alla combine e informò del fatto il suo direttore sportivo che portò poi la denuncia del calciatore alla Procura della Repubblica di Cremona. La denuncia di Farina diede il là ad uno dei filoni dell’inchiesta sul calcio scommesse che portò alla scoperta di una vera e propria organizzazione criminale e alla conoscenza del coinvolgimento di diversi calciatori di serie minori ma non solo.

Il gesto di Farina, il non accettare denaro bensì il denunciare l’atto criminale, ha ricevuto molta visibilità nei mesi successivi quando il calciatore romano è stato interrogato come testimone nell’inchiesta. Il comportamento di Farina è stato elogiato dai più, con il calciatore successivamente invitato (insieme a un altro calciatore-denunciante, Fabio Pisacane) prima a un raduno della nazionale in preparazione dei Campionati Europei, poi alla cerimonia  di premiazione del Pallone d’Oro in occasione della quale ha anche incontrato il coordinatore delle attività della FIFA contro corruzione e scommesse. Sono seguiti premi per il Fair Play e altre onorificenze, nonché un’offerta di lavoro da parte del club inglese Aston Villa per un incarico, anche etico, nel settore giovanile. Simone Farina ha sempre cercato di minimizzare il suo gesto, spiegando come il suo non sia un atto eroico ma il comportamento che ogni persona onesta dovrebbe tenere quando si trova di fronte a situazioni di questo tipo. Tuttavia, lontano dai riflettori, Farina è stato in parte ostracizzato da colleghi e addetti ai lavori; il suo gesto inoltre appare piuttosto isolato in un contesto in cui numerosi sono stati i calciatori che hanno preso parte al calcio scommesse o, eventualmente, hanno taciuto riguardo alla conoscenza di tali episodi. È quindi evidente come il gesto di Farina non sia purtroppo un gesto normale ma rappresenti una triste eccezione.

Allargando il campo ad altri settori, da alcuni anni a livello globale è in aumento l’interesse per la tematica del whistleblowing, con crescenti tutele per coloro che segnalano irregolarità o reati di cui vengano a conoscenza durante l’attività lavorativa (i cosiddetti whistleblower). In Italia, all’interno del famoso disegno di legge contro la corruzione attualmente in corso di esame presso le Commissioni in Senato, è stata introdotta una singola norma a tutela – comunque parziale – dei segnalanti. Tale articolo, intitolato “Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti”, introduce la protezione del lavoratore che inoltra una segnalazione a soggetti specificamente identificati. Tale previsione, pur positiva nei suoi propositi, risulta assolutamente incompleta nonché difettosa in alcuni suoi passaggi: il numero limitato dei soggetti a cui segnalare l’irregolarità, la compressione della normativa al solo settore pubblico, la protezione dell’identità del segnalante soggetta a limitazioni indipendenti da quest’ultimo, la non menzione riguardo all’ammissibilità di segnalazioni anonime. A queste ed altri rivedibili aspetti si accompagna la totale assenza di indicazioni relative all’attuazione di procedure relative alla gestione delle segnalazioni ricevute nonché alcun tipo di promozione di messaggi sociali e culturali diretti all’incentivazione e all’encomio di comportamenti di questo tipo. Una legge che quindi deve essere decisamente migliorata prima della sua approvazione, mentre nella sua attuale versione appare maggiormente come un adempimento di convenzioni internazionali.

Il caso di Simone Farina dovrebbe rappresentare la normalità; tuttavia, in un contesto culturale che non sempre si rispecchia in valori logicamente condivisibili, bisogna fare il possibile per creare un ambiente nel quale un maggior numero di persone avvertano come “normale” il segnalare che qualcosa non va piuttosto che prendere parte ad un’attività illecita o rimanere ignavi e silenti quando ne vengano a conoscenza.

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